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Una delle prime cose che mi ha colpito di Marrakech è il forte contrasto tra palazzi in cui lo spazio e la luce ti lasciano senza fiato e altri che invece sembrano quasi voler celare un segreto, avvolti da un velo di penombra che pervade il dedalo di piccole stanze collegate tra loro all’infinito. Il cuore della Medina è quasi ‘accartocciato’, anche il backstage della Medina, quello conosciuto da pochi, restii a fartelo scoprire, sembra allontanarti dal cielo che intravedi a piccoli sprazzi perdendo completamente il senso dell’orientamento. Forse è per questo motivo che quando sono arrivata all’entrata del Royal Palm Marrakech, a pochi minuti da quella stessa Marrakech che mi aveva affascinato con i suoi chiaro-scuri, non potevo credere ai miei occhi: un cielo infinito, un uliveto immenso, e in fondo, inaspettata un’entrata faraonica che ti lascia senza fiato quando sulla linea dell’orizzonte, dopo una distesa verde che credi essere un’oasi, intravedi i Monti dell’Atlante incappucciati. L’architettura berbera la fa da padrona su ogni più piccolo dettaglio, le mura ambrate, i moucharabia in legno, i mosaici…e pensare che questo resort è stato costruito da un gruppo mauriziano, così orgoglioso della sua isola da arrivare a Marrakech e comprendere subito che il legame con le tradizioni non poteva essere spezzato, che anche qui, come sempre, l’hotel avrebbe dovuto rispettare il territorio che lo ha accolto. E così è stato.
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