Non riesci a distogliere lo sguardo, ti rendi conto di non poterti muovere, vorresti prendere fiato, ma lui non te lo permette.
Timidezza, velato rimprovero, un accenno di sorpresa, forse di incomprensione.
Perché mi guardate?
Perché non proseguite e mi lasciate in pace, in silenzio, senza scrutarmi come un animale in gabbia?
Ma la verità è che tu vorresti fargli tutte le domande necessarie per poter decodificare quello sguardo. Tu vorresti capire com’è possibile che lui, da una tela, possa entrarti dentro, sappia, pur incontrando per la prima volta, chi sei, cosa stai pensando, quali sono i tuoi desideri e le tue paure più profondi.

Ho avuto la necessità fisica, viscerale, di tornare più volte davanti all’autoritratto di Van Gogh.
Mi ha inchiodato davanti al suo ‘Paesaggio con fasci di grano e luna che sorge’, oscillando tra un’inspiegabile agitazione interiore – quella che provo quando so che sta per accadere qualcosa – e una rassicurante leggerezza celata tra le pieghe delle pennellate di blu e giallo.
E poi all’improvviso, ti giri e vieni avvolto da una calma sospesa, palpabile. Sei nel giardino di Van Rysselberghe, seduta su una sedia di vimini, senti il cappello di paglia che scivola tra le mani perché forse ti stai assopendo. È l’effetto del caldo che ti avvolge nel pomeriggio, l’ombra degli alberi non basta, le tue amiche vorrebbero raccontarti che forse si sono innamorate ma fanno finta di cucire o di leggere perché non hanno il coraggio, temono che forse lui non ti piacerà. E tu vorresti alzarti ma ti lasci cullare da quella piacevole sensazione di totale abbandono.
Seurat, Van Gogh, Mondrian, divisionismo, puntinismo, post-impressionismo, come fai sempre, prima di entrare mi hai chiesto se volevo sapere l’abc di questo periodo.

Ho ascoltato, imparato. Ma nulla può prepararti all’intensità di ciò che attraverserà i tuoi occhi.

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