Sono trentina, mi sento ancora trentina, pur avendo vissuto a Milano per moltissimi anni, dove sono letteralmente scappata dopo la maturità, in fuga dal provincialismo, chiusura e apatia di Trento, città oggi rinata e dove torno sempre con una punta di nostalgia e senso di colpa. Per non averla forse voluta comprendere. Per averle addossato responsabilità che non aveva. Perché in realtà fuggivo da me stessa e da mia madre. La solita noiosa storia di conflitti e incomprensioni, risolti ancora adesso solo in parte.

Dovrei quindi conoscere Rovereto! All’epoca noi ‘perzenaiteri’, orgogliosi cittadini di Pergine Valsugana, amavano dire che il nostro paesello per ordine di grandezza e importanza veniva solo dopo Trento e Rovereto.

Invece no. Non avevo mai guardato Rovereto negli occhi, non ero mai stata al Mart, non avevo mai pensato di dormire tra le vigne nella defilata tenuta dei Conti Lodron, o di Bernardini ristorante indiano dove ritrovi tutte le persone che hai incrociato nel pomeriggio…anche il Conte!

Un weekend dove mi è stato detto che ho una spiccata sensibilità artistica. Non amo De Chirico, forse perché detesto tutto ciò che rimanda all’interpretazione dei sogni, adoro gli ‘sguardi’ di Casorati e Boccioni, le linee essenziali di Melotti, sono rimasta folgorata dall’intensità di un video di Viola.

Ho mangiato cioccolata, ammirato cortili e viali in cui si è fermato il tempo. Mi sono fatta accompagnare per mano guardando tutto come se fosse la prima volta, perché in realtà tutto faceva parte di una prima volta, vissuta con un accenno di agitazione che ha lasciato subito il passo ad una meravigliosa intensità.

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